Portale della Basilica











Valid HTML 4.01 Transitional

banner_monolito
STUDIO SUL MONOLITO
DELLA MADONNA DELLA COLTURA
di P. Carlo Viviani O.P.
Indice 1) Prefazione
2) Ritrovamento 3) Descrizione
4) Origine 5) Le Iscrizioni


IL MONOLITO DELLA MADONNA DELLA COLTURA

"E troppo poco tempo, dacche gli storici e gli eruditi si sono soffermati sulle preziose reliquie bizantine e sui monumenti d'arte basiliana, che infiorano ed arricchiscono il suolo della ridente e pendula cittadina di Parabita, della Diocesi Neretina. Conseguenza di questo e l'oscurita che avvolge ancora molti problemi e punti di vista di questi cimeli. Qual cittadina di lingua e rito greco, come quasi tutta la circoscrizione neretina, possedeva un tempio di stile bizantino, ristretto oggi secondo gli intendenti, alla sola nave traversa, le cui origini si fanno risalire al secolo XIII, e certamente affrescata con maggiore o minore pompa, come tutti gli altri Templi del medesimo stile e rito. Oltre a questo monumento del clero cosidetto secolare, n'ebbe altri basiliani o del clero regolare, oggetto delle nostre indagini e glorie esclusive di Parabita e della Diocesi Neretina"(1).

Questi altri monumenti basiliani cui si allude si raggruppano intorno al Monolito come punto centrale.
Nonostante il cresciuto interesse per l'arte bizantina nel Salento le certezze e le convergenze cui si è giunti dopo un trentennio non sono certamente molto più numerose di quelle cui fa riferimento il sopra citato autore. Una delle cose più appassionanti per gli storici dell'arte è la ricostruzione dei diversi tentativi di manomissioni (!) abbattutisi su di un monumento.
La soddisfazione di raggiungere un punto oltre il quale non si può procedere è risaputa ed affermata senza mezzi termini da questi frugatori del passato sempre alla ricerca di nuove e maggiori precisazioni. E incarnato in questo impegno certosino tutto il fascino della scoperta di elementi identificativi che danno volto e personalità ad una realtà che può apparire amorfa all'occhio non mosso dagli stessi intenti, ma che e là testimone di una esistenza che tacendo chiede di ricomparire in vita per far risentire il suo particolare messaggio. II monumento perciò vuol essere provocato, perché ha il proposito di svelare le successive sovrapposizioni che hanno intessuto la sua storia, non sempre omogenea e procedente nello stesso senso e direzione.
Nel Santuario di Parabita ci sembra proprio di avvertirla questa insistenza proveniente dal monolito della Vergine perché maggiore luce sia proiettata sulle trascorse vicende storiche. Una storia non troppo antica ricorda nel luogo dell' at­tuale Santuario un tempietto dedicato alla SS.ma Vergine dal titolo «della Coltura». Sorgeva in mezzo al verde dei campi circostanti quasi a presidio del lavoro che gente semplice, con­tadini e artigiani, svolgevano in questa terra che pur si può considerare benedetta per la bontà dei suoi prodotti, oggi apprezzati più che prima.
La piccola chiesa, che l'esterno faceva risalire al secolo XVI, mostrava un interno di marcata influenza barocca in linea anche col pavimento che aveva lasciato in Lecce dei monumenti che testimoniano di una corrente artistica qualifi­cata con la denominazione di barocco leccese. In fondo alla navata della chiesetta, sull'altare, con il lusso tipico di un gusto ricco e non alieno da una solennità superflua, sorgeva l'immagine della Madre di Dio con il Bambino.
Il tutto era rinchiuso in un ovale, che costringeva le figure e segmentando il nimbo della Vergine voltava in giù lambendo il piede destro del Bambino. La tinta ad olio dell'ignoto ritoccatore secentista era riuscita a tal punta da stornare l'attenzione degli stessi studiosi, i quali non avevano mai pensato che un simile ovale potesse nascondere qualcosa di più completo.
Nessuna protesta d'altronde leggiamo nelle Visite Pastorali per tale opera di mortificazione operata da artisti che forse non meritavano una tale qualifica. La cosa si era talmente imposta, che i parabitani si erano abituati a vederla così la loro Madonna.
Come si può leggere nella storia di tutti i santuari dedicati alla Vergine, la pietà dei fedeli sognava qualcosa di più dignitoso per la Madre di Dio. L'idea, prima timida e promossa da qualcuno più coraggioso, fu carezzata con una certa insistenza fino a divenire progetto dell'intera popolazione.
II sogno finalmente diveniva realtà.
Incominciò l'opera di demolizione. Il piccone si abbattè sulle sovrastrutture e il superfluo precipitò giù come d'incanto. Ma quale non fu la meraviglia degli addetti ai lavori nel costatare che l'immagine non si limitava al ridimensionante ovale, ma andava molto al di la, ed era solo una piccola parte di un monolito dell'altezza di due metri, interamente dipinto anche dagli altri tre lati. L'opera di scoprimento proseguì attenta in modo da recuperare il monumento nella sua interezza ed originalità.
Era naturale che una scoperta di tal genere non fosse tenuta nascosta. In un momento la notizia si diffuse tra la popolazione di Parabita che accorse numerosa a contemplare l'immagine che ora si mostrava in tutta la sua maestosità. La sorpresa degli scopritori però non si fermò lì. Nel retro del monolito erano apparse le iniziali di termini greci che accesero la viva fantasia degli osservatori, i quali non mancarono di tentare le prime immediate interpretazioni. Si penso subito alla provenienza di tale monumento, e si fece un gran parlare dell'avvenimento allo scopo di ricostruire tutta una storia che ora poteva avere qualche punto di riferimento tangibile. Cosa poteva essere un monolito di tali proporzioni?
Quale il significato completo di quelle lettere greche che certamente nascondevano un segreto? L'immagine non lasciava dubbi: lo stile era bizantino, ed era quella la direzione giusta per venire a capo di una retta interpretazione. In queste condizioni si imponeva un cammino a ritroso che conducesse ad indicazioni documentarie più sicure.
Il titolo che si da a questa immagine - già prima del 1450 - di Madonna della Coltura, e di per se molto suggestivo e spinge chi lo sente a chiedersi il perché e il come di tale denominazione. La spiegazione corrente che sembra anche sufficiente a soddisfare tale legittima curiosità vede nel titolo «Coltura» un'abbreviazione del termine «Agricoltura». La Madonna quindi in queste terre era venerata col titolo di S. Maria dell'Agricoltura: qualcosa che s'inquadra molto bene nell'ambiente e che testimonia della viva fiducia di tanti contadini che affidavano e affidano a Lei la cura e la vigilanza sul loro duro lavoro di pazienti dissodatori di una terra, che talvolta può anche tradire le loro attese. Ecco così spiegato e ben intonato il titolo sotto cui si venera la Madre di Dio.
Un monolito in cui è raffigurato la Madonna in atteggiamento di premurosa attenzione verso il suo Figlio divino; uno stile tipicamente bizantino: da dove proviene tale monumento? L'interrogativo legittimo che ci poniamo noi ora, fu lo stesso che si posero i primi scopritori.
Per situare il problema non è inutile richiamare qui che in Parabita esistettero due Cenobi di cui conosciamo la denominazione: quello di S. Eleuterio e quello di Ciricì o Cirlicì con tre grotte da essi dipendenti, che portano i nomi di S. Eleuterio, S. Marina e Ciricì o Cirlicì. Da quale di queste tre grotte o da quale cenobio proviene il monolito della Vergine?
Crediamo che si debba escludere la provenienza da una delle tre grotte; il monumento sembrerebbe troppo sproporzionato e certamente non al suo posta in una grotta abitata da due o tre monaci. Si deve allora pensare ad uno dei due cenobi sopra ricordati. Ma quale dei due? Quello di S. Eleuterio? Non pare; la tradizione paesana infatti attesta che la prima invenzione della Immagine avvenne nella «contrada denominata Pane>», quindi in pianura, perchè la tradizione stessa ha sempre ritenuto si­tuata in piano tale contrada. II che significa che la Sacra Immagine era eretta o nell'entrata del cenobio o in un altro apposito luogo del Cenobio di Cirici o Cirlici, da cui tale eremitaggio di Cirici o Cirlici, aveva preso il nome e ne dipendeva.
E' certo che il Cenobio di S. Eleuterio è esistito: da esso prese il nome la collina, e la cripta che ancor rimane. E' pure certo che nel secolo XIII (2a metà) il tempio del Santo Diacono greco non più echeggiava delle salmodie basiliane: i monaci di S. Eleuterio dovettero anche essi partire all'inizio di questo secolo, se pure non prima, contemporaneamente ai monaci della laura di Cirlici che forse come grancia doveva dipendere dall'Abbazia di S. Eleuterio.
L'abbandono di questi luoghi da parte dei monaci comportava il problema non facilmente solubile del trasporto della misera suppellettile o di qualche altro oggetto cui essi tenevano e che credevano bene trasferire altrove. Non era naturalmente cosa pensabile che essi tentassero di portare altrove il monolito della Vergine, perciò ci è possibile congetturare che essi l'abbiano lasciato al proprio posto; o può darsi che abbiano pensato di nasconderlo sotto terra in attesa di tempi migliori o di occasioni propizie per recuperarlo. Beate illusioni che spesso accompagnano il difficile distacco da cose amate!

1) M. Cassoni, il Monolito parabitano, in: "La diocesi neretina nel primo congresso mariano
per la incoronazione della Madonna della Coltura " (Parabita, 8-15 maggio 1949), Bari, cd. Laterza. 1951, p. 7.

[Ritrovamento del Monolito]