IL MONOLITO DELLA MADONNA DELLA COLTURA
"E troppo poco tempo, dacche gli storici e gli eruditi si sono soffermati sulle preziose reliquie bizantine
e sui monumenti d'arte basiliana, che infiorano ed arricchiscono il suolo della ridente e pendula cittadina
di Parabita, della Diocesi Neretina.
Conseguenza di questo e l'oscurita che avvolge ancora molti problemi e punti di vista di questi cimeli.
Qual cittadina di lingua e rito greco, come quasi tutta la circoscrizione neretina, possedeva un tempio di
stile bizantino, ristretto oggi secondo gli intendenti, alla sola nave traversa, le cui origini si fanno risalire
al secolo XIII, e certamente affrescata con maggiore o minore pompa, come tutti gli altri Templi del
medesimo stile e rito.
Oltre a questo monumento del clero cosidetto secolare, n'ebbe altri basiliani o del clero regolare,
oggetto delle nostre indagini e glorie esclusive di Parabita e della Diocesi Neretina"(1).
Questi altri monumenti basiliani cui si allude si raggruppano intorno al Monolito come punto centrale.
Nonostante il cresciuto interesse per l'arte bizantina nel Salento le certezze e le convergenze cui si
è giunti dopo un trentennio non sono certamente molto più numerose di quelle
cui fa riferimento il sopra citato autore. Una delle cose più appassionanti per gli storici dell'arte è la
ricostruzione dei diversi tentativi di manomissioni (!) abbattutisi su di un monumento.
La soddisfazione di raggiungere un punto oltre il quale non si può procedere è risaputa ed affermata
senza mezzi termini da questi frugatori del passato sempre alla ricerca di nuove e maggiori precisazioni.
E incarnato in questo impegno certosino tutto il fascino della scoperta di elementi identificativi
che danno volto e personalità ad una realtà che può apparire amorfa all'occhio non mosso dagli stessi
intenti, ma che e là testimone di una esistenza che tacendo chiede di ricomparire in vita per far risentire il
suo particolare messaggio. II monumento perciò vuol essere provocato, perché ha il proposito
di svelare le successive sovrapposizioni che hanno intessuto la sua storia, non sempre omogenea e
procedente nello stesso senso e direzione.
Nel Santuario di Parabita ci sembra proprio di avvertirla questa insistenza proveniente dal monolito
della Vergine perché maggiore luce sia proiettata sulle trascorse vicende storiche.
Una storia non troppo antica ricorda nel luogo dell' attuale Santuario un
tempietto dedicato alla SS.ma Vergine dal titolo «della Coltura». Sorgeva in
mezzo al verde dei campi circostanti quasi a presidio del lavoro che gente
semplice, contadini e artigiani, svolgevano in questa terra che pur si può considerare
benedetta per la bontà dei suoi prodotti, oggi apprezzati più che prima.
La piccola chiesa, che l'esterno faceva risalire al secolo XVI, mostrava un interno di marcata influenza
barocca in linea anche col pavimento che aveva lasciato in Lecce dei monumenti che
testimoniano di una corrente artistica qualificata con la denominazione di
barocco leccese. In fondo alla navata della chiesetta, sull'altare, con il lusso tipico di un gusto ricco
e non alieno da una solennità superflua, sorgeva l'immagine della Madre di Dio con il Bambino.
Il tutto era rinchiuso in un ovale, che costringeva le figure e segmentando il nimbo della Vergine voltava
in giù lambendo il piede destro del Bambino. La tinta ad olio dell'ignoto ritoccatore secentista era
riuscita a tal punta da stornare l'attenzione degli stessi studiosi, i quali non avevano mai pensato che un
simile ovale potesse nascondere qualcosa di più completo.
Nessuna protesta d'altronde leggiamo nelle Visite Pastorali per tale opera di mortificazione operata da
artisti che forse non meritavano una tale qualifica. La cosa si era talmente imposta, che i parabitani si
erano abituati a vederla così la loro Madonna.
Come si può leggere nella storia di tutti i santuari dedicati alla Vergine, la pietà dei fedeli sognava
qualcosa di più dignitoso per la Madre di Dio. L'idea, prima timida e promossa da qualcuno più coraggioso,
fu carezzata con una certa insistenza fino a divenire progetto dell'intera popolazione.
II sogno finalmente diveniva realtà.
Incominciò l'opera di demolizione. Il piccone si abbattè sulle sovrastrutture e il superfluo precipitò giù
come d'incanto. Ma quale non fu la meraviglia degli addetti ai lavori nel costatare
che l'immagine non si limitava al ridimensionante ovale, ma andava molto al di
la, ed era solo una piccola parte di un monolito dell'altezza di due metri,
interamente dipinto anche dagli altri tre lati. L'opera di scoprimento proseguì
attenta in modo da recuperare il monumento nella sua interezza ed originalità.
Era naturale che una scoperta di tal genere non fosse tenuta nascosta. In un momento la notizia si diffuse
tra la popolazione di Parabita che accorse numerosa a contemplare l'immagine che ora si mostrava in tutta
la sua maestosità. La sorpresa degli scopritori però non si fermò lì. Nel retro del monolito erano apparse
le iniziali di termini greci che accesero la viva fantasia degli osservatori, i quali non mancarono di tentare
le prime immediate interpretazioni. Si penso subito alla provenienza di tale monumento, e si fece un gran
parlare dell'avvenimento allo scopo di ricostruire tutta una storia che ora poteva avere qualche punto di
riferimento tangibile. Cosa poteva essere un monolito di tali proporzioni?
Quale il significato completo di quelle lettere greche che certamente nascondevano un segreto?
L'immagine non lasciava dubbi: lo stile era bizantino, ed era quella la direzione giusta per venire a capo
di una retta interpretazione. In queste condizioni si imponeva un cammino a ritroso
che conducesse ad indicazioni documentarie più sicure.
Il titolo che si da a questa immagine - già prima del 1450 - di Madonna della Coltura, e di per se
molto suggestivo e spinge chi lo sente a chiedersi il perché e il come di tale denominazione.
La spiegazione corrente che sembra anche sufficiente a soddisfare tale legittima curiosità vede nel
titolo «Coltura» un'abbreviazione del termine «Agricoltura». La Madonna quindi in queste terre era
venerata col titolo di S. Maria dell'Agricoltura: qualcosa che s'inquadra molto bene nell'ambiente e che
testimonia della viva fiducia di tanti contadini che affidavano e affidano a Lei la cura e la vigilanza sul loro
duro lavoro di pazienti dissodatori di una terra, che talvolta può anche tradire le loro
attese. Ecco così spiegato e ben intonato il titolo sotto cui si venera la Madre di Dio.
Un monolito in cui è raffigurato la Madonna in atteggiamento di premurosa attenzione verso il suo
Figlio divino; uno stile tipicamente bizantino: da dove proviene tale monumento? L'interrogativo
legittimo che ci poniamo noi ora, fu lo stesso che si posero i primi scopritori.
Per situare il problema non è inutile richiamare qui che in Parabita esistettero due Cenobi di cui
conosciamo la denominazione: quello di S. Eleuterio e quello di Ciricì o Cirlicì con tre grotte da essi
dipendenti, che portano i nomi di S. Eleuterio, S. Marina e Ciricì o Cirlicì. Da quale di queste tre grotte o
da quale cenobio proviene il monolito della Vergine?
Crediamo che si debba escludere la provenienza da una delle tre grotte; il monumento sembrerebbe
troppo sproporzionato e certamente non al suo posta in una grotta abitata da due o tre monaci.
Si deve allora pensare ad uno dei due cenobi sopra ricordati. Ma quale dei due? Quello di S. Eleuterio?
Non pare; la tradizione paesana infatti attesta che la prima invenzione della Immagine avvenne nella
«contrada denominata Pane>», quindi in pianura, perchè la tradizione stessa ha sempre ritenuto
situata in piano tale contrada. II che significa che la Sacra Immagine era eretta o nell'entrata del cenobio
o in un altro apposito luogo del Cenobio di Cirici o Cirlici, da cui tale eremitaggio di Cirici o Cirlici,
aveva preso il nome e ne dipendeva.
E' certo che il Cenobio di S. Eleuterio è esistito: da esso prese il nome la collina, e la
cripta che ancor rimane. E' pure certo che nel secolo XIII (2a metà) il tempio del Santo Diacono greco non più echeggiava delle salmodie basiliane: i monaci di S. Eleuterio dovettero anche essi partire all'inizio di questo secolo, se pure non prima, contemporaneamente ai monaci della laura di Cirlici che forse come grancia doveva dipendere dall'Abbazia di S. Eleuterio.
L'abbandono di questi luoghi da parte dei monaci comportava il problema non facilmente solubile del
trasporto della misera suppellettile o di qualche altro oggetto cui essi tenevano e che credevano bene
trasferire altrove. Non era naturalmente cosa pensabile che essi tentassero di portare altrove il
monolito della Vergine, perciò ci è possibile congetturare che essi l'abbiano lasciato al proprio posto;
o può darsi che abbiano pensato di nasconderlo sotto terra in attesa di tempi migliori o di occasioni
propizie per recuperarlo. Beate illusioni che spesso accompagnano il difficile distacco
da cose amate!
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