Portale della Basilica











Valid HTML 4.01 Transitional

banner
STUDIO SUL MONOLITO
DELLA MADONNA DELLA COLTURA
di P. Carlo Viviani O.P.
Indice 1) Prefazione
2) Ritrovamento 3) Descrizione
4) Origine 5) Le Iscrizioni


La scuola pittorica e l'origine del monolito

L'arrivo dei monaci orientali nelle nostre terre segnò un periodo florido per l'arte. Era naturale che insieme alla cultura, alla religione, ad usi e costumi tipici dei loro paesi di origine essi trasferissero da noi anche certi loro gusti artistici, che non incontrarono difficoltà ad imporsi e radicarsi. La stessa iconoclastia non nacque affatto all'arte. I monaci pittori attinsero dalla persecuzione nuovo slancio e nuove energie e lungi dallo scoraggiarsi lavorarono con una ostinazione tale da determinare e provocare addirittura una rinascita. Come in tutto il mondo civile di allora l'arte si allevava e cresceva all'ombra dei conventi sotto la cura vigile dei monaci; anche in Terra d'Otranto la pittura fu coltivata dai monaci basiliani - li diciamo così per comodità - che fondarono una vera e propria scuola, che raggiunse il massimo splendore tra i secoli X e XII.
Purtroppo non è che resti molto di questa arte che nelle nostre zone fu fiorentissima; perciò la nostra Madonna è un prezioso monumento per la storia dell'arte, testimone di una tradizione che non ha molti appoggi e vive di pochissime reliquie.
Non è superfluo ricordare che l'arte basiliana non si prefisse di produrre opere d'arte propriamente dette, ma considera l'arte come mezzo di apostolato, fedele al precetto e monito di S. Basilio che «i pittori fanno con le loro opere ciò che gli oratori con la loro eloquenza»; un apostolato, il quale con il linguaggio facile, universale delle forme materiali, incoraggia al bene, trasporta, eleva i contemplatori per le vie dell'infinito.
Mossa da questo nobile ideale, essa si ispira costantemente ad un puro misticismo, dove sono piuttosto le anime che i corpi, che vengono ritratte. In questa prospettiva l'artista molto spesso astrae dalle leggi della anatomia, talvolta le trascura, senza però offenderle del tutto, quasi per meglio infondere nel suo tipo, quella vita di ascesi, che nell'ideale mistico, è esponente di vita più pura e più vera.
Riprendiamo una questione lasciata in sospeso: quando fu dipinta la nostra immagine? Fissare i termini cronologici di un' opera non è cosa agevole. Normalmente i critici d'arte si lasciano guidare dal criterio stilistico. Ma tale criterio non sempre e capace di raggiungere la certezza, specie quando si tratta di opere artistiche di una medesima scuola: gli elementi di somiglianza e di contatto sono tanti che non sempre si raggiunge tra i competenti un accordo che attribuisca tale opera inconfutabilmente a quel periodo anziché ad un altro; non è raro il caso di vedere competenti arroccati su posizioni assolutamente contrastanti.
Gli stessi periodi artistici che possiamo ipotizzare con caratteristiche chiare non ci forniscono garanzia per un criterio certo: non possiamo arrivare a stabilire in maniera definitiva che l'arte di un periodo si differenzia del tutto da quella degli altri periodi. Non è escluso il caso in cui accanto ad opere di sapore più progressista e innovatore se ne trovino altre che continuano una tradizione precedente, che coesiste perciò, con una corrente emergente e differenziatesi. Certo vi sono i caratteri più spiccati che in qualche modo servono da criterio orientativo per l'attribuzione di un'opera a questo o a quell'altro periodo artistico. Orientativamente perciò si può dire che il nostro monumento va ascritto alla scuola basiliana che il Barrella denomina di rinascenza e che si sviluppò dal X al XIII secolo.
Dicendo questo non è che abbiamo indicato con precisione il tempo di composizione. Si impone quindi una ulteriore ricerca, che indaghi sul quando fu costruito l'antico tempio.
Precedentemente abbiamo rilevato che l'antica chiesina presentava vestigia del secolo XVI. In più un fugace esame tecnico-costruttivo ci conduce naturalmente oltre la fine del secolo XVI, ove ci fa arrivare un documento che possediamo. Nella visita pastorale che Mons. Antonio Sanfelice, vescovo di Nardò, fece a Parabita 28 marzo - 2 aprile 1719 leggiamo che egli
«visitavit ecclesiam B.M. Virginis vulgo della Cultura, una cum sacris suppellectilibus, et laudavit. Mandavit tamen insculpi supra maiorem portam duo haec quae sequuntur carmina, vetustate et temporum iniuriis ita consumpta ut vix nunc legi possint: Virginis intactae dum veneris ante figuram, Praetereundo cave ne sileatur Ave».
Affresco della Vergine della Coltura. 
Basilica di S. Caterina. Galatina
Che valore dare all'espressione «vetustate et temporum iniuriis»? A questo interrogativo può dare una certa risposta una riproduzione della nostra Madonna conservata nella navata sinistra della Chiesa di S. Caterina in Galatina; riproduzione effettuata nella prima metà del secolo XV, tra gli anni 1435-1445. Ovviamente il fatto che la vergine della Coltura fosse riprodotta anche in altre chiese ci fa concludere che essa era ben nota anche fra le popolazioni limitrofe e che dunque la chiesina di S. Maria della Coltura già esisteva agli inizi del secolo XV.
Un elemento per una maggiore precisazione ci viene offerto anche dal racconto leggendario da noi sopra riferito. La leggenda ci dice che il popolo commosso e fidente accoglieva la bella Madonna come un dono del Cielo, è la proclamava patrona della sua terra.
La circostanza del rinvenimento insperato ci dice assai più che non ci narri. Esso ci rivela che l'immagine ignota perfettamente a quella generazione, esisteva gia nel secolo XIV. II cammino non è terminato.
Affrontiamo il problema anche per altra strada: studiamo il criterio del luogo, chiedendo la risposta agli affreschi tuttora esistenti.
Intorno a Parabita restano tre cripte basiliane un tempo tutte affrescate. Visitiamole.
S. Eleuterio: delle antiche pitture resta un misero residuo che nulla ha da dirci per il problema che ci interessa.
S. Marina: un anonimo imbianchino coprì di calce le antiche pitture e la brutta Madonna che ormai e del tutto scomparsa doveva essere una brutta copia dell'immagine preesistente.
Cripta di Cirlicì: anche qui poche reliquie sfuggite al vandalismo dell'ignoranza e dell'incuria della civiltà. E li di fronte un santo; il vestito lo dice un vescovo. Pieno di vita egli vi guarda con occhio penetrante, ricco di eloquenza: preme a sinistra suI petto un libro: è Basilio Magno. A lato si scopre una figura leggiera e sfumata. La lunga scritta greca visibile sulla pagina che si offre all'osservazione è illeggibile. Nel giacitoio a destra si può osservare l'immagine del Salvatore. Ai lati stanno in atteggiamento contemplativo e quasi assorte le due Marie. Ebbene queste pitture mentre nei loro particolari non ci fanno andare oltre il secolo XII, nell'unicità di strato affrescato ci rivelano che i monaci, impiegati a dipingere e ridipingere sulle vecchie pitture, non dovettero godere a lungo di quella grotta.
Noi sappiamo che verso la fine del secolo XII e durante tutto il secolo XIII ci furono migrazioni in massa di basiliani. Molti fecero ritorno a Costantinopoli, altri si fusero con i fratelli di altre comunità della provincia, meno bersagliati e forse più protetti. Probabilmente quindi e per i caratteri espressi dalle pitture e per queste migrazioni i basiliani abbandonarono Cirlici non molto dopo il secolo XII e forse nella prima meta del secolo XIII.
Il nostro monumento dunque, databile per i motivi addotti alla prima meta del secolo XII, risponde ai canoni della corrente qualificata di rinascenza, dove l'elemento umano trasfigurato, sprigiona quella energia mistica che elevandosi alto per i campi sereni dell'arte contempla un cielo in terra ed una terra in cielo: qui arte e fede si danno la mano.
[Decodifica delle Iscrizioni del monolito]