La scuola pittorica e l'origine del monolito
L'arrivo dei monaci orientali nelle nostre terre segnò un periodo florido per l'arte.
Era naturale che insieme alla cultura, alla religione, ad usi e costumi tipici dei loro paesi
di origine essi trasferissero da noi anche certi loro gusti artistici, che non incontrarono
difficoltà ad imporsi e radicarsi. La stessa iconoclastia non nacque affatto all'arte.
I monaci pittori attinsero dalla persecuzione nuovo slancio e nuove energie
e lungi dallo scoraggiarsi lavorarono con una ostinazione tale da determinare
e provocare addirittura una rinascita. Come in tutto il mondo civile di allora
l'arte si allevava e cresceva all'ombra dei conventi sotto la cura vigile dei monaci; anche in Terra d'Otranto la pittura fu coltivata dai monaci basiliani
- li diciamo così per comodità - che fondarono una vera e propria scuola, che raggiunse il
massimo splendore tra i secoli X e XII.
Purtroppo non è che resti molto di questa arte che nelle nostre zone fu fiorentissima; perciò la nostra
Madonna è un prezioso monumento per la storia dell'arte, testimone di una tradizione che non ha molti
appoggi e vive di pochissime reliquie.
Non è superfluo ricordare che l'arte basiliana non si prefisse di produrre opere d'arte propriamente
dette, ma considera l'arte come mezzo di apostolato, fedele al precetto e monito di S. Basilio che
«i pittori fanno con le loro opere ciò che gli oratori con la loro eloquenza»; un apostolato,
il quale con il linguaggio facile, universale delle forme materiali, incoraggia al bene, trasporta, eleva i
contemplatori per le vie dell'infinito.
Mossa da questo nobile ideale, essa si ispira costantemente ad un puro misticismo, dove sono piuttosto le
anime che i corpi, che vengono ritratte. In questa prospettiva l'artista molto spesso astrae dalle leggi
della anatomia, talvolta le trascura, senza però offenderle del tutto, quasi per meglio infondere nel
suo tipo, quella vita di ascesi, che nell'ideale mistico, è esponente di vita più pura e più vera.
Riprendiamo una questione lasciata in sospeso: quando fu dipinta la nostra immagine? Fissare i
termini cronologici di un' opera non è cosa agevole. Normalmente i critici d'arte si lasciano guidare dal
criterio stilistico. Ma tale criterio non sempre e capace di raggiungere la certezza, specie quando si tratta
di opere artistiche di una medesima scuola: gli elementi di somiglianza e di contatto sono tanti che non
sempre si raggiunge tra i competenti un accordo che attribuisca tale opera inconfutabilmente a quel
periodo anziché ad un altro; non è raro il caso di vedere competenti arroccati su posizioni assolutamente
contrastanti.
Gli stessi periodi artistici che possiamo ipotizzare con caratteristiche chiare non ci forniscono garanzia
per un criterio certo: non possiamo arrivare a stabilire in maniera definitiva che l'arte di un periodo si
differenzia del tutto da quella degli altri periodi. Non è escluso il caso in cui accanto ad opere di sapore
più progressista e innovatore se ne trovino altre che continuano una tradizione precedente, che coesiste
perciò, con una corrente emergente e differenziatesi. Certo vi sono i caratteri più spiccati che in qualche
modo servono da criterio orientativo per l'attribuzione di un'opera a questo o a quell'altro periodo
artistico. Orientativamente perciò si può dire che il nostro monumento va ascritto alla scuola basiliana che
il Barrella denomina di rinascenza e che si sviluppò dal X al XIII secolo.
Dicendo questo non è che abbiamo indicato con precisione il tempo di composizione. Si impone quindi
una ulteriore ricerca, che indaghi sul quando fu costruito l'antico tempio.
Precedentemente abbiamo rilevato che l'antica chiesina presentava vestigia del secolo XVI. In più un
fugace esame tecnico-costruttivo ci conduce naturalmente oltre la fine del secolo XVI, ove ci fa arrivare
un documento che possediamo. Nella visita pastorale che Mons. Antonio Sanfelice, vescovo di Nardò,
fece a Parabita 28 marzo - 2 aprile 1719 leggiamo che egli
«visitavit ecclesiam B.M. Virginis vulgo
della Cultura, una cum sacris suppellectilibus, et laudavit. Mandavit tamen insculpi supra maiorem portam
duo haec quae sequuntur carmina, vetustate et temporum iniuriis ita consumpta ut vix nunc legi possint:
Virginis intactae dum veneris ante figuram, Praetereundo cave ne sileatur Ave».
Che valore dare all'espressione «vetustate et temporum iniuriis»?
A questo interrogativo può dare una certa risposta una riproduzione della nostra Madonna conservata
nella navata sinistra della Chiesa di S. Caterina in Galatina; riproduzione effettuata nella prima metà del
secolo XV, tra gli anni 1435-1445. Ovviamente il fatto che la vergine della Coltura fosse riprodotta anche
in altre chiese ci fa concludere che essa era ben nota anche fra le popolazioni limitrofe e che dunque
la chiesina di S. Maria della Coltura già esisteva agli inizi del secolo XV.
Un elemento per una maggiore precisazione ci viene offerto anche dal racconto leggendario da noi
sopra riferito. La leggenda ci dice che il popolo commosso e fidente accoglieva la
bella Madonna come un dono del Cielo, è la proclamava patrona della sua terra.
La circostanza del rinvenimento insperato ci dice assai più che non ci narri. Esso ci rivela che l'immagine
ignota perfettamente a quella generazione, esisteva gia nel secolo XIV.
II cammino non è terminato.
Affrontiamo il problema anche per altra strada: studiamo il criterio del luogo,
chiedendo la risposta agli affreschi tuttora esistenti.
Intorno a Parabita restano tre cripte basiliane un tempo tutte affrescate. Visitiamole.
S. Eleuterio: delle antiche pitture resta un misero residuo che nulla ha da dirci per il problema che ci
interessa.
S. Marina: un anonimo imbianchino coprì di calce le antiche pitture e la brutta Madonna che ormai e
del tutto scomparsa doveva essere una brutta copia dell'immagine preesistente.
Cripta di Cirlicì: anche qui poche reliquie sfuggite al vandalismo dell'ignoranza e dell'incuria
della civiltà. E li di fronte un santo; il vestito lo dice un vescovo. Pieno di vita egli vi guarda con occhio
penetrante, ricco di eloquenza: preme a sinistra suI petto un libro: è Basilio Magno. A lato si scopre una
figura leggiera e sfumata. La lunga scritta greca visibile sulla pagina che si offre all'osservazione è
illeggibile. Nel giacitoio a destra si può osservare l'immagine del Salvatore. Ai lati stanno in atteggiamento
contemplativo e quasi assorte le due Marie. Ebbene queste pitture mentre nei loro particolari non ci fanno
andare oltre il secolo XII, nell'unicità di strato affrescato ci rivelano che i monaci, impiegati a dipingere e
ridipingere sulle vecchie pitture, non dovettero godere a lungo di quella grotta.
Noi sappiamo che verso la fine del secolo XII e durante tutto il secolo XIII ci furono migrazioni in massa
di basiliani. Molti fecero ritorno a Costantinopoli, altri si fusero con i fratelli di altre comunità della
provincia, meno bersagliati e forse più protetti. Probabilmente quindi e per i caratteri espressi dalle
pitture e per queste migrazioni i basiliani abbandonarono Cirlici non molto dopo il secolo XII e forse
nella prima meta del secolo XIII.
Il nostro monumento dunque, databile per i motivi addotti alla prima meta del secolo XII, risponde ai
canoni della corrente qualificata di rinascenza, dove l'elemento umano trasfigurato, sprigiona quella
energia mistica che elevandosi alto per i campi sereni dell'arte contempla un cielo in terra ed una terra
in cielo: qui arte e fede si danno la mano.
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