DESCRIZIONE DEL MONOLITO
Chi entra per la prima volta nel santuario-basilica di Maria SS. della Coltura resta subito impressionato
da un fenomeno caratteristico: è inspiegabilmente sollecitato a guardare in avanti verso l'altare maggiore.
Non vi sono motivi che distraggono lo sguardo, ma tutto è convogliato in modo irresistibile in avanti verso
il monolito della Vergine col Bambino e ci si sente trasportati ad accelerare il passo per avvicinarsi e
incontrare lo sguardo di chi dolcemente invita a procedere. E' dietro l'altare maggiore che è situato il
monolito della Vergine col Bambino.
Maestoso sotto un prezioso ed artistico baldacchino, misura metri due di altezza e centimetri trenta di
spessore. E' tutto affrescato. Questo ci fa pensare che doveva essere situato in un luogo dove poteva
essere ammirato da ogni lato o almeno da tre. E' intero; risulta un pò slabbrato in alto nella parte
terminale; il che mortifica e sacrifica il nimbo che è intorno al capo della Vergine.
Direttamente abbiamo potuto accertare che sebbene un po' deteriorate e
scolorite sono ancora presenti le iniziali della immancabile sigla greca di
 Madre di Dio.
La parte anteriore del monolito presenta la riproduzione della Vergine con Bambino del tipo
dell'  , la Madre della misericordia,
che rappresenta appunto la Vergine e il Bambino in atteggiamento di tenerezza e d'amore l'una verso
l'altro. Gli altri tre lati hanno iscrizioni greche incorniciate da ricca vegetazione floreale. L'osservazione
diretta ci ha convinti che le iscrizioni laterali sono di mano e pennello diversi: meno precisione, maggiore
insicurezza nel tracciato, addirittura ingenuità e rozzezza nel disegno; potremmo anche scoprirvi la mano
di un iniziato che alla meno peggio ha voluto riempire degli spazi lasciati vuoti giocando con la
composizione di espressioni che ripetono quelle riscontrabili nella parte posteriore.
Riponiamoci di fronte al monolito per una descrizione più dettagliata.
L'imponenza del monumento è fuori discussione. La Vergine ha un portamento altamente dignitoso che
incute subito rispetto ed attenzione. Il suo sguardo penetrante e dolce non concede evasioni:
bisogna fissarlo. Lo sguardo della Vergine è diretto verso qualcosa che non appare nell'immagine: e teso
all'incontro di una realtà che è fuori e pensiamo perciò agli occhi del fedele che a Lei si rivolge: sembra
che ti coinvolga e inquisisca sul tuo animo! Un solenne manto turchino dal capo discende fin giù
lungo la persona senza giungere ai piedi.
Una nitida veste bianca a partire dal collo giunge fino a terra coprendo completamente il corpo della
Vergine; restano fuori le punte delle scarpe situate in modo da far trovare
stabile equilibrio alla figura. La testa e leggermente inclinata sulla destra:
la guancia destra della Madonna aderisce a quella sinistra del Bambino in
atteggiamento di contenuta tenerezza. Le due figure pur non disdegnando questo
bellissimo sentimento sembrano and are al di la di quanta la loro posizione
suggerisce e sollecitano il fedele a guardare altrove per ritrovare la giusta
dimensione. In effetti e il cielo, il luogo di incontro di quegli sguardi assorti.
Il capo della Vergine e coperto e anche la fronte risulta per meta sotto il manto. Il viso rotondo presenta
sopraccigli arcuati, occhi a mandorla e un naso non proprio greco ma molto
vicino al modello greco. I capelli ben avviati hanno una fila al centro che li
spartisce rimandandoli con ordine alle due parti del capo.
Lo sguardo sereno rivela una certa melanconia. E' qui ritratta la preoccupazione delle prove future che
la divina maternità comporta, ma ancora più la nostalgia del cielo, che deve stimolare la pietà dei fedeli,
perché non si attacchino ai piaceri che stornino i loro sguardi dalla eternità beata che li attende.
Le mani affusolate e scarne sono molto belle; le dita lunghe e molto fini. Il braccio destro sostiene il
Bambino e col sinistro sembra lambire le dita del piede destro. Le labbra
compostamente atteggiate s'intonano bene all'aspetto dignitoso e solenne di
una giovane amabilissima, maestosamente ricca di virtù e tenerezze, che ispira
fiducia e rispetto immenso.
Il Bambino che Ella sorregge è suo Figlio. Lo dice l'atteggiamento di Lei amorosamente attenta;
lo dice la posizione del Bambino divinamente sicuro nell'amplesso dolcissimo della mamma
sua. Gli occhietti del piccolo fissano in modo travolgente il viso della Vergine e sembrano voler far
fiorire il sorriso suI volto melanconico della Madre. Perché l'adesione possa essere più decisa la
manina destra afferra il manto che scende dal capo della Vergine quasi a voler attirare l'attenzione
unicamente su di Lui stornandola da altri oggetti. Ambedue i visi non rivelano certo i segni della
privazione, ma sono rotondi e paffuti, nutriti dall'abbondanza della grazia.
Il Bambino é interamente coperto da una veste talare che presenta un disegno ornamentale suI
bordone del colla e delle maniche; la tunica sembra essere sorretta da una cinta che la stringe
intorno alla vita accorciandola un tantino. Restano scoperti solo i piedini
dolcemente sorretti dalla mano e dal braccio sinistro della Vergine.
Il capo scoperto e circonfuso dall'aureola cruciforme e nella mano sinistra stringe un
rotolo o volumen.
L'aureola cruciforme comincio a comparire all'inizio del secolo IV e fu caratteristica esclusiva del
Salvatore. A nessuno sfugge il significato denso, contenuto in tale simbolo.
II nimbo sul capo di Gesù, significa la luce della sua divinità, e la croce nel nimbo completa tale simbolo.
Difatti il nimbo comincio, alla fine del III secolo, ad apparire prima nelle immagini del Salvatore,
e più tardi (fine del V secolo) e con una certa gradualità nelle immagini della Vergine, degli angeli e dei
santi, quasi riflesso e ridondanza che ha nel Cristo la sua fonte ed origine. A partire dal VI secolo
l'immagine del Redentore per distinguerla da quella degli altri santi fu ritratta sempre e soltanto col
nimbo cruciforme o monogrammato.
II nimbo cruciforme perciò e l'espressione compiuta della luce del Salvatore che nella Croce ritrova un
rinnovato mezzo espressivo di vittoria sulle tenebre che tentano di ostacolarne lo splendore.
Avvolta dalla luce divina la croce, una volta segno di ignominia, assurge a simbolo di
potenza sovrumana e di redenzione salvatrice.
Un altro elemento dell'immagine del Bambino che intendiamo sottolineare e quella specie di libro che
stringe nella mano sinistra. Il volumen o rotolo - così si chiama - fu insegna oratoria, l'attributo
degli imperatori e dei personaggi illustri.
L'iconografia cristiana rispettando i canoni e i significati artistici ha ritratto col volumen il Padre,
i profeti, gli evangelisti e soprattutto il Cristo.
L'allegoria ivi espressa e pregna di contenuto dommatico. Essa rivela sempre uno di questi tre aspetti
tipici della divinità: il Cristo, l'Onnipotente, che opera autorevolmente i suoi miracoli, il Cristo,
Verità che insegna; il Cristo, il Legislatore che conferisce i suoi poteri.
Più tardi l'allegoria s'ispira al concetto di vittoria. La parola di Cristo è affermazione di trionfo:  !
Alla vittoria di Cristo si accompagna quella della Chiesa, la quale, sotto le persecuzioni non si abbatte ma
sopporta in attesa di tempi migliori, sicura che essa trionferà definitivamente quando la bufera si arresterà.
«E il  si ripete, e si ripeterà sempre, come sempre, con echi nuovi nell'anima dell'artista
bizantino, che non più pago di tradurre il gran concetto in Gesù dalle forme adulte, lo perpetua fidente
anche in Cristo Pargoletto, poggiante la bionda testolina sui seno della madre divina».
«In quel Pargolo Divino dunque L'artista ci ha voluto indicare tre grandi concetti: Egli è il figlio di Dio e
il figlio di Maria. Il Dio-Uomo Salvatore autore e sorgente di grazia infinita  .
Egli è il Cristo che, con le attrattive del suo Verbo divinamente nuovo, ha rapito a sè il mondo,
ed è passato vincitore tra i secoli,  .
Egli è il Cristo, luce eterna, luce divina che illumina tutti,  . Cristo dunque è grazia, è vittoria, è luce. Questi tre concetti tradotti
nelle linee e nei colori, l'artista ce li ripeterà nei segni grafici delle iscrizioni e darà al suo monumento
un'ammirabile unita di concetto».
Nel Cristo trionfante l'artista basiliano forse e senza forse avrà voluto dar corpo alle speranze di vittoria,
che accendevano la sua fantasia e sostenevano la sua fede, nelle lotte che infuriavano anche intorno alla
sua cara laura in un momento non certo felice per il monachesimo greco in Terra d'Otranto.
Di questo più dettagliatamente in seguito.
In questa pittura non si rivela un'arte perfetta: è certo.
L'anatomia lascia a desiderare, il panneggio non sempre è lineare, il chiaroscuro non è troppo
soddisfacente; e l'occhio esperto potrebbe scoprire chissa quanti altri difetti che al profano sfuggono.
Ma il monumento, come d'altronde qualsiasi evento, va giudicato nell'ambiente in cui si è realizzato.
Ora nella scuola artistica del Medio-Evo sappiamo che il pennello più che dipingere doveva accennare,
più che descrivere doveva evocare.
I tratti fisici e anatomici non dovevano costituire un motivo di arresto nel cammino ascensionale che va al
di la della rappresentazione per incontrare il prototipo in un mondo sovra-naturale.
Per cui un'analisi che obbedendo ai canoni estetici attuali si soffermasse ad esaminare e criticare la
materialità della realizzazione si rivelerebbe incapace di dare un giudizio che rispetti l'ambiente e il
messaggio di tale arte sacra. Tuttavia il monumento che stiamo studiando non è una cosa di poco
conto. In esso si nota libertà e naturalezza, grandezza e maestà serena, che lo rendono bello ed attraente
anche ai nostri tempi. Si nota una certa semplicità nella composizione, ma l'espressione è profonda!
L'anima della madre e del figlio palpita e si rivela tutta quanta attraverso quelle linee così ingenue,
eppure così vive e reali. L'effetto è così grande che le deficienze pur presenti si notano
appena. Il complesso, in conclusione, pur rispettando canoni di un'arte che potrebbe anche non essere da noi
condivisa, perché un po' lontana dalla nostra sensibilità, specie dopo il Rinascimento, desta la nostra
ammirazione per quella carica di spiritualità e di intensa emozione mistica che un' anima religiosa prova
dinanzi a monumenti siffatti.
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